da “La Voce del Popolo” di Fiume
di Rossana Poletti
Il noto volto di TV Capodistria, storico e saggista racconta il significato del Concorso al quale è legato sin da giovane e si sofferma sulla trama dell’opera premiata che tocca anche la realtà della CNI
Ezio Giuricin, giornalista di TV Capodistria, storico e saggista, affronta quotidianamente la questione della conservazione della memoria degli eventi che hanno contraddistinto la storia del confine orientale. Con il Circolo “Istria” realizza importanti progetti legati a questo tema. È stato negli anni ‘80 l’autore del fondamentale rinnovamento dell’Unione Italiana. È stato recentemente vincitore del 57esimo Premio “Istria Nobilissima”, nella Categoria Cittadini residenti negli altri Paesi, di origine istriana, istro-quarnerina e dalmata: Prosa, narrativa e poesia, anche in dialetto, su tematiche che interessano il mondo comune istriano, istro-quarnerino e dalmata, nella sua più ampia accezione culturale, umana e storica. È stato premiato per “La stele” con la motivazione: “Trama a più strati che culmina in una sorta di autoannullamento. Efficaci la struttura narrativa ed il contesto emotivo”.
Che cosa è per lei questo importante Concorso letterario?
“Il Concorso ‘Istria Nobilissima’ è un punto di riferimento insostituibile per l’affermazione della creatività artistica e letteraria della Comunità Nazionale Italiana.
L’obiettivo del progetto che ha fatto nascere nel 1967 questo grande volano di cultura, grazie all’apporto innovatore di Antonio Borme e all’avvio a partire dal 1964 della collaborazione con l’UPT, era quello di offrire alla nostra minoranza uno strumento per sviluppare e riproporre la propria identità culturale. Creare gli strumenti, dunque, per costruire una ‘comunità di destino’ capace di sviluppare, a partire dallo straordinario patrimonio letterario, artistico, intellettuale del passato, un futuro ricco di riferimenti e nuovi fermenti culturali. Un gruppo nazionale è anche, anzi soprattutto, la sua cultura, i suoi artisti; la sua capacità di ‘rappresentarsi’ e di immaginarsi come comunità di cultura. In oltre mezzo secolo ‘Istria Nobilissima’ ha svolto questo ruolo, offrendo ai ‘rimasti’ una straordinaria leva per produrre, rilanciare e rigenerare una cultura che in molti casi ha rischiato di scomparire”.
In questo mondo stravolto dagli eventi quotidiani sente però il bisogno che si individuino nuovi modi di concepire il Premio.
“Oggi il Concorso ha bisogno di rinnovarsi, di adattarsi alle sfide e ai grandi cambiamenti della realtà che ci circonda, con nuovi contenuti e strumenti. La cultura, i suoi valori, per sopravvivere, devono evitare il rischio di diventare ‘rito’. Agli autori, ai premiati, si debbono offrire adeguati strumenti per la pubblicazione e la diffusione delle loro opere, trovando il modo di coinvolgere le case editrici. Per gli artisti e i musicisti è indispensabile organizzare nuove occasioni per esporre, eseguire i loro brani, organizzando mostre, concerti, incontri culturali. Le premiazioni dovrebbero diventare degli importanti eventi a livello non solo locale, ma nazionale e internazionale, con la presenza di personalità e intellettuali di alto prestigio. La partecipazione al Concorso deve essere stimolata da continue e adeguate iniziative promozionali, nelle scuole e nelle Comunità. Abbiamo bisogno che ‘Istria Nobilissima’ diventi il punto di snodo di una nuova strategia culturale della nostra Comunità”.
Non è questo, che riceve da residente all’estero, il suo primo premio. Ne ha vinto uno da ragazzo, quando viveva a Fiume.
“Ho vinto per la prima volta a ‘Istria Nobilissima’ cinquant’anni fa, nel 1975, conseguendo giovanissimo il primo premio per la prosa con il racconto ‘Condanna all’inesistenza’. Allora non vi erano tante categorie, men che meno la categoria ‘giovani’. Ottenni varie menzioni onorevoli, e un altro primo premio, sempre per la prosa, nel 1982, con il racconto ‘La morsa’. L’anno scorso ho conseguito il secondo premio con ‘Il grande inganno’ e quest’anno, con il primo premio per la narrativa assegnatomi con il raccolto ‘La stele’”.
Non ho mai fatto distinzioni fra le diverse categorie del Concorso. Trovo assurda la distinzione dei concorrenti e degli autori in base alla residenza. Il posto in cui abitiamo può cambiare; non cambia mai però la nostra appartenenza, il nostro sentire, ciò che siamo”.
La storia che racconti ne ‘La stele’, oltre a un giallo, nasconde al suo interno interrogativi interessanti. Dubbi sulla inanità della battaglia per la conservazione della memoria? Una consapevolezza che come accadde all’antica civiltà, anche la nostra scomparirà?
“Gli individui possono perdere la memoria, la coscienza di quello che sono stati. Tale perdita può analogamente colpire una comunità, abbattersi sul destino di un’intera civiltà.
In questa specie di ‘thriller’ ho voluto affrontare provocatoriamente questo problema, ponendo in evidenza l’eterna battaglia fra l’esigenza di tramandare la memoria di un popolo e l’inevitabile condanna del tempo che spesso travolge tutto nel suo inflessibile compiersi, cancellando l’esistenza stessa di una collettività.
Nel ‘giallo’ de ‘La stele’ un’antica civiltà chiede, nei segni incisi sul reperto rinvenuto da un archeologo – ucciso in circostanze misteriose – di essere dimenticata. È il frutto di una scelta filosofica e religiosa di quell’antico popolo: perpetuare la memoria e la coscienza di sé significa – per loro – rinnovare la sofferenza e l’ingiustizia del mondo.
Si apre così il dilemma anche per l’amico dell’archeologo, cui verrà affidato, dopo il suo assassinio, l’ingrato compito di decidere se rivelare quella scoperta – per il dovere di tramandare la memoria di una comunità – oppure scegliere di ignorarla e nasconderla. Un nodo che non troverà risposte, a conferma dell’eterno e insoluto confronto fra memoria e oblio, della costante lotta in difesa del ricordo – baluardo di coscienza e identità – contro il violento sopravvenire dei rivolgimenti storici e naturali, l’arbitrio del caso o della fortuna. Il racconto ripropone l’insopprimibile bisogno umano della ricerca delle proprie radici e del faticoso interrogarsi sull’esistenza”.